Terra Mater di Pino Bertelli

30-09-2019 16:17

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«Non esistono guerre giuste, né guerre sante né guerre “umanitarie”… Avete fatto un deserto di morti e l’avete chiamato pace! Maledette le guerre e le carogne che le fanno! La pace si fa con la pace! Toccare la pace! Toccare la pace! La pace non si concede, ci si prende. Per l’amore come per la libertà non ci sono catene.
Quand’anche avessi tutti i tesori della terra e conoscessi le lingue degli angeli, se non ho l’amore non sono niente! Là dove le nostre lacrime s’incontrano i nostri cuori si danno del tu! Se il sogno di pace, libertà, giustizia è di uno solo, resta un sogno, se è il sogno di tanti diventa storia!».

Pino Bertelli

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Anteprima Corto Nanni 2019

29-08-2019 22:45

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Il 5 ottobre alle 17,30 nei Giardini dell'Arsenale di Piombino ci sarà l'anteprima dell'edizione 2019 di Corto Nanni.
Un'apertura di grande impatto sociale con la presentazione di Guardami il racconto fotografico di Maria Di Pietro che con il suo lavoro ha aperto la collana di fotografia sociale Zero in Condotta diretta da Pino Bertelli ed edita Città del Sole.
Una collana fuori dal coro che vuole dare luce all’essenza della fotografia.
“Quella di Maria è una fotografia della condivisione... riporta in superficie ciò che le istituzioni hanno cercato di sotterrare... non è solo una fotografia in amore verso gli esclusi... è anche una fotografia di denuncia” scrive Pino Bertelli.
"La fotografia di Maria è una ricerca continua, un'immaginazione incessante anche nelle realtà più deboli dove, forza e fragilità si contrappongono e si completano" scrive Felisia Toscano.
“Il connubio che ha dato vita a questo progetto è dato dalla profonda amicizia e dalla stima che da sempre hanno legato mio padre Sergio Manes, che non è più con noi, a Pino Bertelli” afferma Giordano Manes della casa editrice Città del Sole, “inevitabilmente la mia profonda stima per Pino mi ha dato la spinta necessaria a credere fortemente in Zero in condotta e in tutti i lavori che da qui in avanti pubblicheremo, intanto, inauguriamo la collana con il lavoro della fotografa Maria Di Pietro”.

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Appunti dai firmatari

08-09-2019 20:17

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Cogito ergo sum

Mi dicono che scatto buone fotografie... ma mi mancherebbe l’imparzialità dei grandi reporter. Io che non conosco grandi reporter imparziali sorrido e mi congedo. A sentire i benpensanti e gli accademici di professione, sembrerebbe che il vero fotogiornalismo sia quello in grado di fornire informazioni obiettive e precise. Ora è chiaro che non può esistere un buon fotogiornalismo approssimativo, ma credo però possa esistere un discreto fotogiornalismo partigiano, e dopotutto di quale obiettività stiamo parlando? Per anime antiche come quella di un Cartesio, l’unica certezza era quella di pensare... Cogito ergo sum diceva, e non andava più lontano di così. Oggi invece siamo certi di ciò che vediamo, e ‘fanculo se non c’è alcun pensiero in tutto ciò! Chiudere gli occhi in attesa di vedere con il cuore è una grande sciocchezza… ma abboccare allo sguardo vitreo di un occhio meccanico è un’infamia.
«Si scattano fotografie come si tirano sanpietrini» mi ha detto un giorno Pino Bertelli, e non credo fosse una semplice provocazione ma il cuore stesso di un programma culturale in via d’estinzione. Noi che siamo contro il mercato delle notizie combattiamo anche contro l’imparzialità. Chi dice che i fatti vanno separati dalle opinioni lo dice soltanto perché non ha alcuna opinione sui fatti… sciocchezze da mendicanti di consenso! Senza opinioni non esistono fatti che facciano fare qualcosa, e se un fatto non ti porta a fare nulla, allora è un fatto sterile. Se oggi i giornali fanno un grande uso delle fotografie non è perché ne abbiano finalmente compreso la dignità documentale, ma soltanto perché ben servono una certa idea di giornalismo, che sotto una pretenziosa e ridicola obiettività nasconde una totale mancanza di prospettiva.
Oggi suona strano ma non molti anni fa Pasolini scriveva proprio “io penso”, e una volta persino “io so”, e non aveva neppure le prove. Pasolini, senza uno straccio di prova, sapeva. E lo scriveva pure. E voleva che gli si credesse (per la cronaca, egli scriveva che non aveva nemmeno indizi) perché intrepretava il giornalismo come qualcosa in grado di fornire molto più di un semplice fatto. Lui sapeva che i fatti non significano nulla se non vengono interpretati, né le interpretazioni quando prescindono dai fatti, e che pertanto un testo giornalistico (scritto o fotografico che sia) è immancabilmente un prodotto ermeneutico. Quando i discorsi non hanno più alcuna attinenza coi fatti, o i fatti alcun rapporto con le interpretazioni, non c’è più nulla da dire, non una responsabilità da assumersi né una posizione da poter difendere, per cui credo che una corretta riflessione deontologica abbia il compito di mediare tra queste due forme d’immaturità professionale piuttosto che ingrassare le fila di quanti, seppur in buona fede, invocano un’impossibile obiettività relegando il fotografo nell’angolo più buio del fotogramma.
Il punto è che i giornali, affamati di “fatti”, quando non li inventano di sana pianta se ne servono per difendere un giornalismo imparziale, onesto, obiettivo, e al servizio della verità... tutte superstizioni da secondo ginnasio! Verità? Obiettività? Di cosa stiamo parlando?
Personalmente credo che un buon reporter debba dirmi, oltre a ciò che accade nel mondo, in che modo guardare ciò che egli mostra, cioè suggerire una via interpretativa che sia chiara, aperta, e mai dogmatica. Soltanto in questo modo il giornalismo può contribuire a cambiare il mondo senza limitarsi a doverlo raccontare da una distanza cautelare. Nessuno teme i fatti ma le idee con cui li interpretiamo. Prendete pure parte amici reporter, perché se non si è dalla parte di nessuno allora non si è neppure contro qualcuno… e allora tanto vale restare a casa. Finché si scatteranno fotografie e si scriveranno articoli con la pretesa d’essere al di “sopra delle parti” non ci sarà nulla da temere (è proprio il posto che ci vien chiesto di occupare per essere innocui), ma se si prendono a scattare fotografie come si tirano sanpietrini... allora dovranno prepararsi.

Mirko Orlando

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Compagni di strada

03-09-2019 15:33

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Lettera aperta a quanti vogliono conoscere, se lo vogliono, il Manifesto per una fotografia dei diritti umani, pubblicato nella rivista di critica radicale Tracce, 6 luglio 2019.

Carissimi amici/firmatari del "Manifesto per una fotografia dei diritti umani",
oltre alle fotografie e cover di pubblicazioni ecc., sarebbe importante inviare i vostri pensieri o scritti o lettere o quello che vi passa nella mente a info@manifestoperunafotografiadeidirittiumani.it...
riguardo certo alla fotografia dei diritti umani ma, anche ciò che avete in cuore a proposito della colonizzazione della cultura del nostro tempo o a quello che volete...
i debutti non ci fanno paura, nemmeno le rovine della civiltà dello spettacolo che ha posto la "bellezza del giusto, del buono e del bene comune" sul patibolo del mercimonio e lì è morta!
Le incendiarie dell'immaginario (Felisia e Maria) stanno lavorando al nostro sito, quello di tutti noi, in attesa di conoscerci, incontrarci e dare inizio a seminagioni di intramontabili utopie...
non ci sono presidenti né segretari né maestri da imitare o celebrare per chi lavora alla diffusione della fotografia dei diritti umani... ma bracconieri di sogni che dicono la mia parola è no!
al conseguimento del consenso o del successo in questo modo e a questo prezzo!
I "compagni di strada", nello splendore delle proprie diversità, si prendono il libero accesso dappertutto
— festival, salotti, gallerie, musei, giornali, radio, televisione, internet e anche bar, birrerie, magazzini, i più avventurosi posso arrivare perfino nelle carceri o sui barconi dei disperati che fuggono dalle guerre
o parlare — prima di fotografare — diceva un caro amico, con gli ultimi, gli sfruttati, gli oppressi! o fare della resistenza culturale in difesa del pianeta azzurro...
ciò che ci pare sempre più importante, in fotografia e dappertutto, è dire qualcosa su qualcosa e possibilmente contro qualcuno!
un bambino salvato dalle bombe, vale più di qualsiasi premio fotografico o dei piani economici che l'uccidono...
"Ama e fai ciò che vuoi! Ma quello che fai devi farlo con amore verso chi ha bisogno di aiuto!", diceva mia nonna partigiana... —
i fotografi/artisti che sostengono il Manifesto... non hanno nulla da perdere nei confronti dell'omologazione spettacolarizzata/banalizzata della fotografia e della vita quotidiana, solo le loro catene! Huckleberry Finn.

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Appunti dai firmatari

06-09-2019 11:05

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Quando il No! è un movimento deciso del cuore per opporsi ad ogni tipo di pervicace ribalderia...

...mi torna in mente questo scritto da un fumetto di Igort

“Demone della guerra tu che balli sui corpi senza vita, ti sconfiggerà una foglia che cade, l’acqua che scorre, il frullio di un passero. Lo sguardo verso il cielo di un cedro rosso.

Dimenticherò la paura,
accarezzando ancora e ancora
paesaggi inauditi per risvegliare la mia fragilità,
e sarò un foglio di carta di riso,
vertigine di bellezza”

Grazie per il manifesto e le pregevoli attività,
Valeria Pietrunti

Galleria Cinesud: "Valentina in Camera"

03-09-2019 15:30

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Tutti conoscono Valentina; alcuni per sentito dire, i più per aver letto le sue storie.
Siccome nelle sceneggiature di Crepax fa spesso capolino un non celato erotismo, peraltro elegantemente risolto da un inconfondibile tratto grafico, Valentina ha finito per diventare uno dei sex symbol virtuali della nostra epoca.
Galleria Cinesud

https://www.materaevents.it/events/view/fotografia/3309/valentina_in_camera_di_guido_crepax

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A cosa serve la fotografia?

03-09-2019 16:27

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"A cosa serve una grande profondità di campo se non c'è un'adeguata profondità di sentimento?"
William E.Smith

“Ho solo cattivi discepoli”, diceva un autore di grande successo della fotografia mercatale, “Mentre cercano d’imitarmi, mi tradiscono, e quando vogliono apparire simili a me, si discreditano.”
“Sono più fortunato di te”, gli rispose un fotografo di strada, mentre asciugava il sangue dal viso di una bambina di Bagdad, “Ho trascorso la mia vita nell’interrogazione e nel rovesciamento non sospetto dell’immaginario,
ed è naturale che ora non abbia alcun discepolo”, ed aggiunse:
“Forse è questo il motivo che ha spinto il Gran Consiglio dell’Industria Culturale a condannarmi per attività sovversive!”.

Pino Bertelli
(détournement a ricordo di Edmond Jabès, maestro di vita, nei vicoli di Napoli, davanti al vino rosso col ghiaccio e acciughe sotto pesto!)

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Oliviero Toscani: i ragazzi di Barbiana

03-09-2019 15:27

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Un invito a osservare anziché giudicare, a pensare invece di credere.

Oliviero Toscani, don Milani, la scuola di Barbiana e il Sessantotto!
Riflessioni con Pino Bertelli e Maurizio Rebuzzini

https://www.corriere.it/19_luglio_07/oliviero-toscani-mostra-matera-don-milani-barbiana-sessantotto-265724fc-a094-11e9-b20c-12356eab285e.shtml

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Gente di Calabria

03-09-2019 15:25

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Genti di Calabria, un progetto ambizioso....Un Atlante Umano fatto di volti, fisicità, posture di Genti di Calabria, abilmente scolpiti dalla macchina fotografica del Maestro Pino Bertelli. Circa 200 foto di calabresi in un atlante di geografia umana (una visione antropologica della Calabria) che ci raccontano ogni giorno qualcosa di diverso in una inesauribile scoperta della nostra Terra.
Niente paesaggi, niente cartoline di Calabria, nessuna composizione, solo figure umane attraverso le quali, dai più piccoli ai più grandi, raccontare la storia, lo splendore, la sofferenza, la ricchezza, la povertà e la speranza di una Terra meravigliosa che non deve rassegnarsi agli eventi ma costruire il proprio destino proprio come quei volti parlanti ci suggeriscono.
Ad accompagnare il racconto di Pino, si insinuano tra le foto, narrazioni di antropologi e studiosi di chiara fama che ci restituiscono un racconto avvincente, una testimonianza che possa rimanere ai nostri figli, prima ancora che a noi. La collaborazione di tutti i partecipanti al progetto è stata naturalmente gratuita.
Il progetto ha previsto anche la realizzazione di una mostra itinerante di 30/50 foto (da esporre in Italia e all'estero) e di un DVD del progetto.
Il libro, la mostra, il DVD e l'archivio delle immagini sono a sostegno della cultura calabrese. A noi non interessa nulla della fotografia corrente, civile, impegnata, democratica, mercantile, amatoriale ecc., ciò che importa per noi è lavorare sull'immaginario dal vero, raccontare l'uomo o la donna non per quello che si vedono ma per quello che sono e come stanno al mondo. Qualsiasi persona (qualsiasi diversità) ha diritto alla bellezza (anche perduta), ciò che importa è respingere dappertutto l'infelicità. E il diritto alla bellezza, quindi alla giustizia, non tiene conto né di un necessario successo né di un eventuale consenso... per la libertà, come per l'amore, non ci sono catene! La libertà (non solo in fotografia ma anche nella vita) non si concede, ci si prende! La bellezza è l'ultima fermata prima del paradiso in terra! La bellezza seppellirà tutti, ma con grazia. Con queste idee in testa (e altri canti di fraternità radicale) abbiamo fatto GENTI DI CALABRIA.
Genti di Calabria è un’opera di fotografia sociale e la realizzazione di questa avventura culturale (quindi politica) è dovuta all’impegno fraterno di Anna Maria, Anna, Iside, Paola, Myriam, Alessia, Francesco, Alessandro, Antonio… e altri passatori di confine o bracconieri di sogni che incontreremo in terra di Calabria. Non abbiamo nulla da perdere se non le nostre catene, e tutto un mondo nuovo da guadagnare.


www.gentidicalabria.it

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Contro la guerra

29-08-2019 22:48

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L’artista selezionato per realizzare le scenografie dell'edizione 2019 di Copula Mundi è lo stencil-artist ACHE77.
Utilizzando come supporto i teli in PVC mash che ricoprono la struttura appositamente costruita per il progetto, l’artista ha dipinto a mano bambini di diverse età, fotografati dal situazionista Pino Bertelli, alla sua seconda collaborazione con Ache77.
Il progetto di Ache77 prende il nome di RITRATTI DALL’INFANZIA NEGATA e, partendo dalla selezione di dieci scatti tratti dal libro, espone sembianze di bambini che ci guardano con la loro bellezza estrema e ammaccata.
Tutto qui: non si vedono né soldati, né macerie, solo volti di bambini che accusano la malvagità di tutte le guerre.

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Coscienza dell’uomo

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Sulla premessa di un ciclo di allestimenti (mostre), presentate in spazi espositivi di Matera, nel corso dell’anno, con accrescimento sistematico del materiale proposto, si ipotizza la predisposizione di una concentrata visione in forma fotografica che ripercorra temi e pensieri di un impegno di autori e interpreti italiani (soltanto italiani, e -più avanti- stiliamo una motivazione sovrastante) che, senza alcuna gerarchia, né soluzione di continuità, hanno scandito tempi sociali rilevanti, affrontato tematiche esistenziali considerevoli e (anche) osservato con lievità e concentrazione trasversalità fotografiche. Consapevoli che ognuno di questi istanti, in sedi espositive coerenti, è tassello di valori in profondità, certifichiamo sia il senso di ciascuno, per se stesso, sia la propria appartenenza a un progetto complessivo coerente e mirato
Formalmente, ogni allestimento prevede e presuppone una cadenza prestabilita in accompagnamento: cerimonia di inaugurazione; là dove richiesto, convegno a tema con partecipazioni qualificate; eventuali altri eventi collaterali.
Anche quando e per quanto alcune messe in scena vengono compilate con opere formalmente mercantili, con relative certificazioni di rito, tutte le fotografie accreditate al cammino di Coscienza dell’Uomo (le cui motivazioni stanno per arrivare), esulano dai parametri consueti di “opera d’autore”, in senso mercantile e galleristico, da tempo frequentati anche nel nostro paese, ma siano sempre e soltanto intese per quella loro messa in pagina che scandisce un percorso e una direzione: ovvero, con connotati lievi di propria riproduzione visiva, indipendente dal senso altro di “opera”; ovvero, come parte di un racconto e non estrazione asettica e sterile.
Quindi, insieme, ci sono altre formalità da affrontare in prologo: dalla predisposizione di cataloghi trimestrali, che possiamo intendere come in progress, alla eventuale raccolta dei contributi forniti dai convegni di accompagnamento e/o introduzione.
Ma non è questo che fa la differenza, che stabilisce alcun valore contenutistico. Quindi, è opportuno scandire i termini di quelli che sono, per l’appunto le intenzioni (i meriti e le qualità… forse) del programma fotografico, edificato a partire e con la sostanza di considerazioni specifiche e mirate.
Da una parte, la volontà di proporre un percorso, una visione di stampo italiano. Non per provincialismo culturale e di esame, come troppo spesso accade, quando e per quanto si lamenta l’assenza del nostro paese da palcoscenici internazionali (dai quali non siamo esclusi per incapacità dei fotografi, ma per colpevole assenza di quei supporti infrastrutturali, soprattutto istituzionali, pubblici e privati, che, invece, sostengono e promuovono altre geografie). Ma per convinzione di offrire e proporre una interpretazione della fotografia, magari anche in un proprio percorso intellettivo, definita e determinata, per l’appunto, da un apporto culturalmente italiano.
Ovviamente ispirata a quella The Family of Man (La Famiglia dell’Uomo), con la quale e attraverso la quale, nel 1955, Edward Steichen stabilì un punto fermo e assoluto, all’indomani della Seconda guerra mondiale, la nostra Coscienza dell’Uomo si prospetta come punto di vista autorevole e autonomo, magari in un certo senso completamente nuovo (! con la relativa possibilità di stabilire una interpretazione originale e innovativa della storia italiana della fotografia, autentico linguaggio visivo dal Novecento). La sfida è allettante, e per questo irrinunciabile… forse.
Una visione di apertura, non chiusura. Una visione che non intende dimostrare nulla, ma suggerire domande, invitare a ragionamenti, offrire prospettive esistenziali, sollecitare interrogazioni.
Il filo ispiratore e conduttore della Coscienza dell’Uomo si richiama a quel pensiero meridiano di nobili origini (seminato da Albert Camus, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Rainer Maria Rilke, Fernand Braudel, Pier Paolo Pasolini, Ernesto De Martino, Predrag Matvejević… e altri, ancora), che il filosofo Franco Cassano ha ben esposto e articolato nel suo saggio omonimo, al quale tanta cultura italiana attinge oggi quell’idea di originalità nel confronti del Mondo che definisce, fino a caratterizzarla, una interpretazione della Vita della quale noi intendiamo sottolinearne il contributo in forma fotografica.
Dunque, non fotografi italiani in provincialismo di intenzioni (già detto, e qui ribadito e confermato), con integrazioni comunque mediterranee, ma in chiarimento di un modo di pensare e affrontare il quotidiano con pensiero umanamente proprio e definito: mai imperialista, mai colonialista, mai sovraccarico, mai violento, ma sempre nobilmente umile e rispettoso: soprattutto, del diverso (qualsiasi cosa ciò possa significare per ciascuno di noi).
Qui, corre l’obbligo di riprendere propriamente da Franco Cassano, in risposta a una esplicita domanda rivoltagli in ambito accademico:
«Il pensiero meridiano è l’idea che il Sud abbia non solo da imparare dal Nord, dai paesi cosiddetti sviluppati, ma abbia anche qualcosa da insegnare, e quindi il suo destino non sia quello di scomparire per diventare Nord, per diventare come il resto del mondo. C’è una voce nel Sud che è importante che venga tutelata, ed è una voce che può anche essere critica nei riguardi di alcuni dei limiti del nostro modo di vivere, così condizionato dalla centralità del Nord-Ovest del mondo.
«Io credo che il Sud debba essere capace di imitare, ma anche di saper rivendicare una misura critica nei riguardi di un mondo che ha costruito sull’ossessione del profitto e della velocità i propri parametri essenziali. Noi pensiamo che i paesi del mondo siano divisi tra sviluppati e quelli in via di sviluppo, e che i secondi debbano diventare come i primi. Questo è impossibile sul piano generale, perché il reddito medio dei Paesi sviluppati sarebbe impossibile a generalizzarsi, impossibile soprattutto perché ogni paese ha una sua storia attraverso la quale può interpretare lo sviluppo, costruendolo sulla base di quelle che sono le sue esigenze, di quella che è la sua storia, la propria voce.
«Cantare con la voce degli altri è una falsità. Bisogna cantare con la propria e soprattutto rivendicare alcuni elementi che appartengono al Sud. Io, in genere, do un grande significato al tema della lentezza. Non è vero che il mondo è più perfetto man mano che diventa più veloce. Ci sono alcune dimensioni dell’esperienza che sono possibili solo nella lentezza, dall’amore alla conoscenza. Pensare che tutto possa essere compresso, reso più rapido e veloce, è un’illusione che produce una serie di patologie.
«Ecco, il Sud ci può aiutare a percepire le patologie che nascono da un modello nel quale lo sviluppo e la ragione non hanno più un criterio di misura, sono diventate sregolate, prive di possibilità di governo».
Ovviamente, nella nostra ipotesi in forma di radice di pensiero, intendiamo il Sud come Italia (anche): come culla di un modo di agire proprio, nella propria sostanza diverso da quello del Nord, con tutti i propri carichi di insolenza, arroganza e sfrontatezza, soprattutto nei confronti del diverso (ancora, qualsiasi cosa ciò possa significare per ciascuno di noi).
Proprio perché italiani, i fotografi italiani si sono sempre distinti per il proprio particolare pensiero umanista, sia in ambiti specifici della fotografia del vero e dal vero, sia in applicazioni apparentemente distanti dalla registrazione della Vita nel proprio svolgersi (dalla moda al design, senza alcuna soluzione di continuità).
In apparenza di fotografie tra loro simili, soltanto sulla superficie a tutti visibile, nostra intenzione è giusto quella di segnalare e sottolineare quel filo che distingue, ha sempre distinto, la fotografia italiana in un panorama internazionale adeguatamente vasto ed eterogeneo.
Ovvero, sottolineando come il pensiero meridiano, volente o nolente, è implicito nell’essere italiani nel mondo e con il mondo. È un dono del Dna che ha stabilito anche una interpretazione fotografica che, a nostro avviso, identifica e definisce la Coscienza dell’Uomo.
Ogni momento della Storia è un crocevia. Un percorso stradale unico porta dal passato al presente, ma una miriade di vie possibili si dirama verso il futuro. Alcune di queste strade sono ampie, lisce, ben segnate, e -perciò- sono quelle che più probabilmente verranno prese; ma, qualche volta, la Storia -o chi fa la Storia- compie svolte inaspettate. In propria missione, indipendentemente dall’eventuale evidenza e esuberanza del soggetto, e in maiuscola volontaria e consapevole, la Fotografia è una forma di comunicazione visiva che, in modo proprio, rivela e sottolinea questo che abbiamo appena definito “percorso stradale”, offrendo fantastici s-punti di riflessione. In alcuni casi, riesce a farlo meglio di altre forme di comunicazione; in altri, agisce insieme con altre forme di comunicazione.
Nel contenitore di Coscienza dell’Uomo sono considerati soprattutto, e forse addirittura soltanto, passi fotografici autonomi e risolutivi per se stessi. In relazione al tema affrontato, individuato nell’Esistenza, piuttosto che tra sue pieghe (e ci riferiamo a quei complementi sulla fotografia in quanto tale… tanti ce ne sono nel programma), ognuno è esemplare nel rivelare come certi accadimenti si manifestano e nello spiegare perché si sia arrivati a questo. Da cui, una domanda è spontanea: qual è la differenza tra descrivere “come” e spiegare “perché”? e in che modo e misura la Fotografia è comunicazione opportuna per il doppio assolvimento? Descrivere “come” significa ricostruire la serie di eventi specifici che hanno condotto ogni situazione da un punto a un altro. Spiegare “perché” significa individuare i nessi che dimostrano la consequenzialità degli eventi.
Ancora: descrivere “come” è azione iniziale e originaria del fotografo, magari di tutti i fotografi; spiegare “perché” è impegno soltanto di quei fotografi (in pensiero meridiano) che non si fermano all’esuberanza visiva del proprio soggetto, ma approfondiscono sotto traccia. A conseguenza, spiegare il “perché” non è azione che si esaurisce al momento dello scatto, ma si estende lungo l’iter di presentazione e visualizzazione della fotografia, magari in forma di allestimento scenico in mostra. Quindi, spiegare il “perché” si basa e dipende da una partecipazione attiva del pubblico, che entra in sintonia con la fotografia: non con la sua ridondanza apparente, ma nei suoi contenuti compresi.
Già… Coscienza dell’Uomo. Un invito a osservare, piuttosto di giudicare. Una esortazione a pensare, invece di credere.


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