Appunti dai firmatari

08-09-2019 20:17

Cogito ergo sum

Mi dicono che scatto buone fotografie... ma mi mancherebbe l段mparzialità dei grandi reporter. Io che non conosco grandi reporter imparziali sorrido e mi congedo. A sentire i benpensanti e gli accademici di professione, sembrerebbe che il vero fotogiornalismo sia quello in grado di fornire informazioni obiettive e precise. Ora è chiaro che non può esistere un buon fotogiornalismo approssimativo, ma credo però possa esistere un discreto fotogiornalismo partigiano, e dopotutto di quale obiettività stiamo parlando? Per anime antiche come quella di un Cartesio, l置nica certezza era quella di pensare... Cogito ergo sum diceva, e non andava più lontano di così. Oggi invece siamo certi di ciò che vediamo, e 素anculo se non cè alcun pensiero in tutto ciò! Chiudere gli occhi in attesa di vedere con il cuore è una grande sciocchezza ma abboccare allo sguardo vitreo di un occhio meccanico è un段nfamia.
«Si scattano fotografie come si tirano sanpietrini» mi ha detto un giorno Pino Bertelli, e non credo fosse una semplice provocazione ma il cuore stesso di un programma culturale in via d弾stinzione. Noi che siamo contro il mercato delle notizie combattiamo anche contro l段mparzialità. Chi dice che i fatti vanno separati dalle opinioni lo dice soltanto perché non ha alcuna opinione sui fatti sciocchezze da mendicanti di consenso! Senza opinioni non esistono fatti che facciano fare qualcosa, e se un fatto non ti porta a fare nulla, allora è un fatto sterile. Se oggi i giornali fanno un grande uso delle fotografie non è perché ne abbiano finalmente compreso la dignità documentale, ma soltanto perché ben servono una certa idea di giornalismo, che sotto una pretenziosa e ridicola obiettività nasconde una totale mancanza di prospettiva.
Oggi suona strano ma non molti anni fa Pasolini scriveva proprio 妬o penso, e una volta persino 妬o so, e non aveva neppure le prove. Pasolini, senza uno straccio di prova, sapeva. E lo scriveva pure. E voleva che gli si credesse (per la cronaca, egli scriveva che non aveva nemmeno indizi) perché intrepretava il giornalismo come qualcosa in grado di fornire molto più di un semplice fatto. Lui sapeva che i fatti non significano nulla se non vengono interpretati, né le interpretazioni quando prescindono dai fatti, e che pertanto un testo giornalistico (scritto o fotografico che sia) è immancabilmente un prodotto ermeneutico. Quando i discorsi non hanno più alcuna attinenza coi fatti, o i fatti alcun rapporto con le interpretazioni, non cè più nulla da dire, non una responsabilità da assumersi né una posizione da poter difendere, per cui credo che una corretta riflessione deontologica abbia il compito di mediare tra queste due forme d段mmaturità professionale piuttosto che ingrassare le fila di quanti, seppur in buona fede, invocano un段mpossibile obiettività relegando il fotografo nell誕ngolo più buio del fotogramma.
Il punto è che i giornali, affamati di 吐atti, quando non li inventano di sana pianta se ne servono per difendere un giornalismo imparziale, onesto, obiettivo, e al servizio della verità... tutte superstizioni da secondo ginnasio! Verità? Obiettività? Di cosa stiamo parlando?
Personalmente credo che un buon reporter debba dirmi, oltre a ciò che accade nel mondo, in che modo guardare ciò che egli mostra, cioè suggerire una via interpretativa che sia chiara, aperta, e mai dogmatica. Soltanto in questo modo il giornalismo può contribuire a cambiare il mondo senza limitarsi a doverlo raccontare da una distanza cautelare. Nessuno teme i fatti ma le idee con cui li interpretiamo. Prendete pure parte amici reporter, perché se non si è dalla parte di nessuno allora non si è neppure contro qualcuno e allora tanto vale restare a casa. Finché si scatteranno fotografie e si scriveranno articoli con la pretesa d弾ssere al di 都opra delle parti non ci sarà nulla da temere (è proprio il posto che ci vien chiesto di occupare per essere innocui), ma se si prendono a scattare fotografie come si tirano sanpietrini... allora dovranno prepararsi.

Mirko Orlando

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